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OLTRE DI TE
Ti guardo negli occhi
per amore dell'arte.
Ti leggo nel cuore
per capire che vuoi.
Ti parlo sereno
per sentire il dolore.
Ti ascolto paziente
perché amo la gente.
Ti voglio perché
sono oltre di te…
ma oltre i tuoi occhi io vedo
una barca che affonda indignata,
in un mondo troppo scontato
cercando quel sogno, ancora bendata.
Mi va di pensarti
a chi faccio del male
Mi và di vederti
a chi faccio soffrire
Mi và di sognarti
a chi faccio morire
Mi và di amarti
e mi sento impazzire.
Ti voglio perché
sono oltre di te…
ma oltre i tuoi occhi io vedo
una barca che affonda indignata,
in un mondo troppo scontato
cercando quel sogno, ancora bendata.
Amarti e poi nasconderti
per non farti del male.
E' il mio sogno di sempre
non pensare al domani.
Amarti, come giorni incantati
Ti voglio perché
sono oltre di te…
ma oltre i tuoi occhi io vedo
una barca che affonda indignata,
in un mondo troppo scontato
cercando quel sogno, ancora bendata.
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Se designarsi come “musicista”, peraltro appellativo impiegato a sproposito anche nei confronti del sottoscritto, richiede di non limitarsi a sguinzagliare in un crescendo di tecnica e partiture i polpastrelli sulla tastiera, implicando altresì una insostituibile sintonizzazione di sensibilità e consapevolezza su bande psichiche non ordinarie, prefigurate il caso in cui persino queste inderogabili prerogative siano obiettabili, surrogatele con una massiccia dose di presunzione, di megalomania, di rivedibile senso del reale, iniettatele dentro ad un organismo sano, o presunto tale.
L’incontro con la musica avvenne praticamente agli esordi della mia vita, per intercessione del mio primo, e unico, docente di chitarra, un italo-canadese fallito, rattrappito dall’abuso di polveri dall’indefinibile composizione chimica. L’inesperienza e l’entusiasmo prima, l’affetto e la mediocrità poi, mi dissuasero per almeno due o tre anni dall’unico ragionevole proposito di orientare la mia rotta agli antipodi di lui e del suo irrecuperabile disaccordo col pentagramma, quantomeno col mio rigido concetto di pentagramma.
Steve, questo il suo nome, con la faciloneria e l’approssimazione di chi sostiene avere il solo Clapton come maestro senza ovviamente dimostrarsi in grado di accennarne un mezzo brano, era (ed immagino tuttora sia) convinto di potersi permettere di reclamare di diritto uno spazio nella corte dei primi dieci chitarristi del territorio. Eseguiva con omerica testardaggine caparbi assoli secolari, sperimentando con successo una rivoluzionaria tecnica di sua invenzione, in cui soltanto le prime cinque e le ultime quattro note dell’intero intermezzo strumentale risultavano nitidamente comprensibili al timpano umano; tiranneggiava come signore supremo e incontrastato del rumore nella sua più viscerale accezione, nella berserkeriana incoscienza degli elementari principi di equalizzazione e di effettistica, accolito del movimento filosofico “attaccaunjackmettiundistorsoreesuona” con milioni di adepti sparsi sul pianeta…
Martoni o Maroni?
In visita oggi al vittoriale degli Italiani. Scoperto qualche giorno fa che è stato progettato da un architetto che ha un nome affine al mio. In realtà scoperto soprattutto che Lei in versione prof austera ma non troppo mi piace proprio tanto. Ancora di più. Mi piace vederla correggere con protervia la guida. Vedere il rispetto e la stima ma anche la confidenza delle sue alunne. Autorevole ecco. Mai autoritaria. Mi piace la sua bellezza. Perché è tanto bella. Fragile e forte come nessuna. El'uomo capace di amarla deve essere immenso. Perciò sta dieci metri sopra le altre.